L'identità difensiva della Serie A: forza o limite?

Il contesto
Per chi segue da vicino il calcio italiano, il dibattito è diventato difficile da ignorare. La mancata qualificazione dell'Italy al terzo World Cup consecutivo ha riaperto una discussione mai davvero chiusa: cosa sta succedendo al calcio italiano e perché il divario con il resto d'Europa sembra aumentare? In una precedente edizione di questa newsletter, abbiamo analizzato alcuni dei fattori strutturali alla base di questa domanda, esaminando il calo dei minuti giocati dai calciatori italiani in Serie A e tracciando il profilo di una generazione di giovani italiani che potrebbe ancora plasmare il prossimo ciclo della nazionale. La questione si è fatta più pressante di recente, quando il Milan ha ospitato la Juventus a San Siro il 26 April in una delle sfide più attese della stagione, una partita terminata 0-0 che ha lasciato delusa la maggior parte degli osservatori. Due giorni dopo, il PSG e il Bayern Munich hanno disputato una semifinale d'andata di Champions League conclusa sul 5-4, ampiamente descritta come una delle migliori sfide europee degli ultimi anni. Il contrasto era difficile da ignorare.
Quel contrasto è stato il punto di partenza della nostra analisi. Anziché aggiungere altre opinioni, volevamo esaminare ciò che mostrano davvero i dati: se le critiche attuali riflettano una tendenza reale e misurabile o se ai risultati recenti venga attribuito un peso maggiore di quello che hanno. Abbiamo scoperto che i numeri raccontano effettivamente una storia, che si sta delineando da diverse stagioni.
La tendenza
Le squadre italiane sono da tempo associate a uno stile di gioco difensivo, più orientato a evitare di subire gol che a segnarne. Soprattutto in questa stagione, il numero medio di gol è stato significativamente inferiore rispetto agli altri principali campionati europei: la Serie A si attesta attualmente a 2.41 gol per partita, contro 2.70 nella La Liga e ben 3.22 in Bundesliga.

Il divario principale riguarda i gol su azione, con la Serie A che ne registra 1.58 per partita contro 2.15 in Bundesliga e 1.84 nella La Liga. I gol su rigore e su calcio piazzato sono sostanzialmente in linea con quelli degli altri campionati. Questo riflette una tendenza tattica più ampia: le squadre italiane sono generalmente più prudenti, privilegiano la solidità difensiva e limitano i rischi che potrebbero esporle ai contropiedi.
Non è un fenomeno nuovo. Guardando alle ultime cinque stagioni, la Serie A ha seguito una traiettoria costantemente discendente, da circa 2.85 gol per partita nella stagione 2021/22 agli attuali 2.41. Gli altri principali campionati hanno oscillato nello stesso periodo, ma senza una tendenza altrettanto definita. La La Liga, che nella stagione 2021/22 era il campionato con meno gol tra i cinque principali, ha poi recuperato terreno. La Serie A si è mossa nella direzione opposta e il divario si è ampliato.

Il problema dei 0-0
Lo stesso schema emerge osservando le partite terminate 0-0. Nella stagione 2021/22, la percentuale di pareggi senza gol in Serie A era sostanzialmente in linea con gli altri principali campionati, intorno al 5%. Da allora è aumentata costantemente, raggiungendo il 10% nella stagione 2025/26, il valore più alto tra i cinque principali campionati. Nello stesso periodo, la percentuale in Bundesliga è scesa al 4.2% e quella in Premier League al 4.3%. Un risultato che un tempo era un'anomalia statistica è diventato una caratteristica ricorrente della stagione italiana.

La distribuzione complessiva dei risultati racconta la stessa storia. La Serie A ha la percentuale più bassa di partite con due o più gol (70.0%, contro 83.3% in Bundesliga), la quota più bassa di partite con tre o più gol (45.4% contro 63.2%) e la percentuale più bassa di partite in cui segnano entrambe le squadre (45.1% contro 61.5% in Bundesliga). Anche le partite decise da uno scarto di due o più gol sono meno frequenti in Serie A che in qualsiasi altro dei cinque principali campionati, con il 32.6% contro il 39.6% in Bundesliga. Persino quando il divario qualitativo è evidente, le vittorie larghe sono relativamente rare: le squadre più deboli tendono a difendere basse e a contenere lo scarto, mentre quelle di pari livello spesso si accontentano di un punto utile a entrambe in classifica.

Cosa mostrano i dati
Per capire da dove nasca la scarsità di gol, è utile distinguere i fattori che vi contribuiscono: quante occasioni vengono create, quanto efficacemente vengono concretizzate e quanto i portieri influenzano il risultato.
xG, ovvero i gol attesi, misura la probabilità che un tiro si trasformi in gol in base a fattori quali la posizione da cui si tira, la parte del corpo utilizzata e il tipo di assist. xGoT, ovvero i gol attesi sui tiri in porta, si concentra invece sul piazzamento del tiro nello specchio della porta, assegnando un valore solo ai tiri nello specchio e ponderandoli in base alla difficoltà della parata.

Anche considerando gli xG, la Serie A si colloca all'ultimo posto tra i cinque principali campionati con 2.29, con un divario rispetto agli altri campionati persino più ampio di quanto suggerisca la semplice differenza nei gol segnati. I dati mostrano inoltre che, pur segnando meno della maggior parte delle altre, le squadre italiane superano leggermente i propri xG (2.41 gol segnati contro 2.29 attesi). Gli attaccanti, in altre parole, non sono il problema.
Il quadro degli xGoT aggiunge un ulteriore elemento. La Serie A resta all'ultimo posto per xGoT complessivi con 2.57, ma i valori sono molto più vicini a quelli degli altri campionati di quanto suggerisca il confronto degli xG. Ancora più significativo è che le squadre italiane siano prime per qualità dei tiri, misurata come differenza tra xGoT e xG, con +0.28. Quando le occasioni arrivano, i tiri tendono a essere più pericolosi, indirizzati in punti in cui è più difficile intervenire.
Questo dato si collega direttamente al rendimento dei portieri. Misurando la differenza tra i gol che un portiere dovrebbe subire in base al piazzamento dei tiri e quelli effettivamente subiti, i portieri della Serie A evitano in media 0.16 gol per partita, il valore più alto tra i cinque principali campionati. Ciò equivale, approssimativamente, a un gol ogni sei partite evitato grazie al rendimento dei portieri anziché concesso. In Premier League, Bundesliga e Ligue 1, il dato equivalente è negativo: i portieri subiscono più gol di quanto previsto in base ai tiri.
Il quadro che emerge non è riconducibile a un'unica causa. Le squadre di Serie A creano meno occasioni su azione rispetto alle controparti europee e questo divario è cresciuto nell'arco di cinque stagioni. Quando le occasioni si presentano, tendono a essere di alta qualità, ma trovano sistematicamente portieri all'altezza. Il risultato è un campionato in cui i margini sono ridotti, il ritmo è controllato e i gol, quando arrivano, sono raramente il prodotto di un gioco aperto e offensivo.
Una questione strutturale
Il calcio italiano si è storicamente fondato sulla solidità difensiva. Per buona parte degli ultimi decenni del ventesimo secolo e fino ai primi anni 2000, quell'identità è stata anche una fonte di autentica forza competitiva: i club italiani erano presenze abituali nelle fasi avanzate delle competizioni europee e la nazionale partecipava regolarmente ai grandi tornei. La disciplina tattica che rendeva difficile segnare in Serie A rendeva anche le squadre italiane difficili da battere sulla scena continentale.
La domanda sollevata dai dati è se quello stesso orientamento sia diventato un limite in un panorama calcistico che è cambiato. Il calcio europeo si è spostato verso approcci più aggressivi e prolifici e i risultati, sia dei club sia della nazionale, suggeriscono che il calcio italiano non abbia seguito questa evoluzione. Tre assenze consecutive dal World Cup ne sono un indicatore. La relativa scarsità di club italiani nelle fasi avanzate delle recenti competizioni europee è un altro.
Stabilire se questo rifletta una resistenza strutturale al cambiamento, una cultura degli allenatori che continua a privilegiare l'organizzazione difensiva sopra ogni altra cosa o qualcosa di più specifico nel modo in cui i club italiani sono costruiti e gestiti va oltre ciò che i soli numeri possono dirci. I dati suggeriscono però che la frustrazione nel dibattito attuale non sia infondata. La tendenza è reale, si sta consolidando da diversi anni e non è stata creata da un singolo 0-0 di grande richiamo.
